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Si chiude un anno: il tempo dell’attesa, in capanno

Passi Lenti nel Mondo - In capanno

Sono passati sei mesi dall’ultimo post su questo blog.

Non perché mancassero le cose da raccontare, ma perché a volte serve fermarsi prima ancora di trovare le parole.

Chiudo quest’anno con un pensiero che non parla di viaggi lontani, ma di un luogo vicino, silenzioso, e di un’esperienza che mi ha insegnato molto sul tempo, sull’attesa e sull’osservazione: il capanno fotografico.

Da due anni Lorenzo, il mio compagno, ha costruito nel bosco un capanno autorizzato per il monitoraggio della fauna selvatica. È nato da un’osservazione precisa e da un’emozione forte: la presenza del picchio nero, una specie che fino a una decina di anni fa non era documentata nel Mugello.

Ricordo ancora la prima volta che li ho sentiti. Era dicembre 2020.
Un canto di richiamo improvviso, potente. Il cuore che accelera, una registrazione fatta in fretta, una foto al volo di una femmina che volava alta sopra la mia testa. Da lì è nata la voglia di capire, studiare, proteggere. Di fare in modo che quella presenza non fosse minacciata.

Il capanno è diventato uno spazio di osservazione e di ascolto.
Grazie a quell’attesa silenziosa ho potuto conoscere meglio altre specie che abitano le nostre foreste: le cince, numerosissime e instancabili; i fringuelli, le peppole, i frosoni. E, più recentemente, il picchio rosso maggiore.

Entrare in capanno significa accettare una condizione diversa.
Si entra prestissimo, quando il sonno è ancora addosso. Si affronta il freddo, che intorpidisce mani e piedi, la fame, la fretta che bussa senza essere invitata. Si sta fermi per ore, in silenzio, aspettando senza sapere cosa accadrà.

Ed è proprio lì che succede qualcosa.

Il tempo rallenta.
Il respiro si fa più profondo.
La soglia della meraviglia si abbassa.

Un fruscio, un’ombra, un battito d’ali.
A volte uno sparviere attraversa lo spazio senza avvertire.
Altre volte compare un ciuffolotto, o un picchio che si posa dove non te lo aspetti.

Il capanno non è solo un luogo di osservazione naturalistica.
È un esercizio di pazienza, di adattamento, di ascolto.
È un modo per ricordarsi che non tutto deve accadere subito, che non tutto è controllo, che l’attenzione è una forma di rispetto.

Forse è da qui che voglio ripartire anche con la scrittura.
Dedicando più tempo al racconto dei viaggi, sì, ma senza dimenticare che esistono viaggi immobili, fatti di attesa e di sguardi lunghi.

Passi lenti, appunto.
Nel mondo, e dentro di esso.




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