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Il viaggio che la guerra ha messo in pausa

 Sono passati quattordici giorni dall’attacco israelo-statunitense all'Iran. Quello che prima ci sembrava un gesto normale — aprire un sito, cercare su Google quali sono i voli migliori per andare in Asia, valutare offerte, tratte e tempi — oggi non è più così scontato.

Avevamo in programma di tornare in Borneo questo maggio. Volevamo visitare per la seconda volta il Bako National Park, quel luogo esplorato da Beccari negli anni Sessanta dell’Ottocento e che ha fatto nascere in noi l’amore per quell’isola remota.

Vedere le scimmie nasiche che la sera siedono sulle fronde degli alberi, sulle staccionate del parco, sugli scogli in riva al mare, osservando il tramonto e spesso chiamandosi con una melodia affascinante. Lì avevamo osservato, stupiti, le prime farfalle che prendono il nome dal Rajah Brooke. Lì avevamo percorso per la prima volta una foresta pluviale equatoriale, scoprendo quanto possa essere opprimente il caldo umido. Le gambe affaticate, il respiro affannoso. E poi lo splendore di quel verde carico e continuo che si ammira dall’alto della canopy: quando sei sul tetto della foresta, guardi in basso e vedi un mare sterminato di vegetazione. Ad accompagnarti, il canto del drongo o di qualche altro uccello di cui ancora non conosco il nome.

E poi la prima inquietudine nella notte della foresta. I pipistrelli che ti volano accanto, sfiorandoti. Il rumore metallico delle cavallette. I mille canti delle tante specie di rane e anfibi. I serpenti che escono: quelli immobili e quelli nervosi; i ragni variopinti e dalle dimensioni ciclopiche. Il senso di meraviglia e sgomento nel sentirsi un essere piccolo, un esile tassello di una catena di vita rimasta invisibile fino a pochi istanti prima.

Questo viaggio, che per noi significava rafforzare rapporti, saldare contatti e nutrire progetti, è ora in stand-by. Non sappiamo se avrà esito oppure no. Non sappiamo neppure se riusciremo a trovare un volo per realizzarlo o se dovremo attendere, inermi, senza la possibilità di dare una svolta — una scelta — alla nostra condizione di spettatori increduli e preoccupati.

Caro viaggiatore, quando potremo davvero recuperare la nostra libertà d’azione?

Forse ci accorgiamo davvero della libertà solo quando si restringe.
Quando anche un gesto semplice — cercare un volo, immaginare una rotta, preparare uno zaino — diventa improvvisamente incerto.

E allora il viaggio resta lì, sospeso. Come una promessa che speriamo, prima o poi, di poter mantenere.






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